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L'autodifesa di Michele Angiolillo

Il testo che segue è stato pubblicato dal settimanale di Parigi “La Libertaire” nel 1897 e ripubblicato in Italia dalla rivista clandestina “L'Agitazione” - fondata da Errico Malatesta ad Ancona - sul numero 25 del 2 settembre 1897. Viene qui ripubblicato ripreso da "L'Agitazione". Il testo introduttivo in corsivo è attribuibile a Errico Malatesta)

 

 

virgolette aperteCome le spesse mura di Monfjaich non furono sufficienti a soffocare le grida di dolore dei torturati, così tutte le misure prese dal governo spagnolo per circondare di mistero i procedimenti del consiglio di guerra che ha condannato Angiolillo ad essere strozzato, non son bastate a nascondere ciò che avvenne innanzi a quel feroce Tribunale.

Dappertutto, anche fra coloro che indossano la divisa di birri o di carcerieri o di soldati, o di giudice, si trova qualcuno, in cui non è spento del tutto il sentimento di umanità e che si ribella contro gli orrori, ai quali è costretto ad assistere e partecipare dalla posizione in cui le circostanze lo han messo.

Il Giornale parigino Le Libertaire ha potuto avere, stenografata, la difesa che pronunziò Angiolillo innanzi ai suoi giudici - e noi la pubblichiamo, a titolo (ci badi il fisco) di documento giudiziario.



 

«Signori, voglio prima di tutto ripetere qui quello che ebbi occasione di dire al magistrato
istruttore che mi ha interrogato: io non ho complici. Voi cerchereste invano un essere umano al quale io abbia partecipato il mio progetto. Io non ne ho parlato ad anima viva. Io ho concepita, preparata, eseguita l’uccisione del sig. Canovas assolutamente da solo.

Signori, voi non avete dinanzi un assassino, ma un giustiziero.


Julgamento Angiolillo lowresDa parecchi anni io seguo attentamente gli eventi di Europa. Ho studiato la situazione della
Spagna e delle varie nazioni che le stanno vicino: Portogallo, Francia, Italia, Svizzera, Belgio, Inghilterra. Le mie occupazioni e le mie simpatie mi han messo in contatto continuo con la popolazione laboriosa e povera di questi paesi. Dappertutto ho incontrato lo spettacolo doloroso della miseria. Dappertutto ho inteso gli stessi lamenti, ho visto correre le stesse lagrime, ho sentito agitarsi le stesse rivolte, sorgere le stesse aspirazioni.

Ed anche dappertutto constatato presso i ricchi ed i governi la stessa durezza di cuore, lo stesso disprezzo delle vite umane.

Queste osservazioni generalizzate mi hanno condotto ad odiare le iniquità che pesano sulle società umane e che ne sono la base.

Degli uomini ardenti, energici, innamorati della giustizia si sono incontrati con me sulla via della rivolta. Questi esseri che l’ingiustizia indigna e che aspirano ad un mondo di benessere e di armonia, sono gli anarchici. Io ho simpatizzato con loro e li ho amati come fratelli.

E tutto d’un tratto ho appreso, insieme al pubblico inorridito che in questa terra di Spagna, terra classica dell’inquisizione, la schiatta dei torturatori non era morta. Ho saputo che delle centinaia di esseri umani, chiusi in una fortezza oramai tristamente celebre, vi subivano le peggiori torture. Ho saputo che si erano rimessi in vigore, con quell’aumento di raffinatezza che porta seco il progresso scientifico, tutti i procedimenti dei carnefici del Medio Evo. Ho saputo che cinque di questi uomini erano stati assassinati, che altri settanta erano stati condannati a pene severe, che quelli di cui si era dovuto riconoscere l’innocenza, erano colpiti da bando, e che tutti questi esseri erano anarchici, o considerati come tali.

Allora io, mi son detto, o Signori, che tali atrocità non dovevano restare impunite, ed ho cercato i responsabili. Al di sopra dei gendarmi facenti funzione di carnefici, degli ufficiali facenti funzione di giudici e che tutti eseguivano degli ordini, io ho visto colui che questi ordini dava.

Ho sentito al fondo del mio cuore un odio invincibile contro quest’uomo di stato che governava col terrore e colla tortura, contro questo ministro, che mandava al macello migliaia di giovani soldati, contro questo patentato che riduceva alla miseria, schiacciandolo sotto le imposte, questo popolo spagnuolo che potrebbe essere tanto prospero in un paese così fertile e ricco, contro quest’erede dei Caligola e dei Nerone, questo successore di Torquemada, quest’emulo di Stambuloff e di Abdul-Hamid; contro questo mostro di cui io son felice e fiero di aver sbarazzato il mondo: Canovas de Castillo.

E’ egli una cattiva azione abbattere una tigre sanguinaria i cui artigli lacerano dei petti, le cui mascelle stritolano delle teste umane? E’ egli un delitto schiacciare il rettile dal morso letale?

Per la carneficina fatta, la mia vittima era da solo più che cento tigri, più che mille rettili. Essa personificava, in ciò che hanno di più ripugnante, la ferocia religiosa, la crudeltà militare, l’implacabilità della magistratura, la tirannia del potere e la cupidità delle classi possidenti.

Io ne ho sbarazzato la Spagna, l’Europa, il mondo intero. Ecco perchè io non sono un assassino, ma un giustiziero!

Ed ora, che vi ho fatto conoscere, o Signori, i motivi che mi hanno spinto, mi resta ad indicarmi le conseguenze probabili del mio atto dal punto di vista sociale in generale e dal punto di vista spagnolo in particolare...» 
virgolette chiuse

A questo punto il Presidente che aveva invano tentato già più volte di arrestare la parola altera di Angiolillo, gl’ingiunse formalmente il silenzio, col pretesto che le considerazioni annunziate non avevano nulla da fare con l’attentato.

 

 

 

 

 

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